lunedì 7 aprile 2014

"Lei". Superfetazione tecnologica come metafora di un amore universale.

HerNel cinema l'amore è un tema talmente inflazionato che è facile ricade nei soliti cliché, considerato peraltro che quando si tratta si sentimenti oramai i film tendono a ripetersi come se non ci fosse più nulla da raccontare. Ecco, in questo piattume accade che di colpo scopro il film di Spike Jonze (autore di Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee) e ne rimango estasiata con la conferma che uno tra i registi contemporanei più visionari dei nostri tempi. Jonze riesce a indagare nel profondo un sentimento decisamente complesso per quanto universale con tanto di percorso obbligatorio per il protagonista della storia che ci racconta: il superamento dei propri limiti. Egli tocca le corde più intime della natura umana partendo da una storia apparentemente molto semplice che utilizza il tema della alienazione tecnologica come strumento per parlare di qualcosa di ben più complesso che supera solitudine, incomprensione, amicizia e sessualità e con una particolare prospettiva in cui perfino la relazione tra un uomo e un computer appare la cosa più naturale del mondo poichè nata da sentimenti del tutto genuini, veri, sinceri, spontanei. Jonze disegna i tratti dell'esistenza umana, racconta la fragilità che si nasconde dietro a ogni coppia (richiamando alla mia mente film come Se mi lasci ti cancello) e realizza tutto ciò estrapolandolo da una concezione temporale perchè ambientandolo in un ipotetico futuro non troppo lontano dal nostro e in cui gli uomini vivono in una simbiosi che non è poi cosi distante da quella che viviamo noi oggi immersi tra computer e cellulari, finisce per sublimare la metafora più grande di tutte: l'universalità dei sentimenti.
Ne viene fuori una pellicola decisamente affascinante, dolcissima seppur con qualche spruzzata di acre. Una pellicola capace di strisciare dentro a lungo e aprire molteplici riflessioni sul nostro oggi, sul nostro modo di vivere la tecnologia, sul nostro modo di vivere e spesso svendere i sentimenti, sul nostro di essere. Di esistere.
Pare che Jonze abbia impiegato anni per arrivare alla stesura definitiva del film con il quale peraltro si è aggiudicato l'Oscar alla migliore sceneggiatura originale, ma forse una simile "gestazione" tenuto conto del risultato finale era assolutamente necessaria perchè ne viene fuori un vero capolavoro cinematografico di introspezione umana con tutta una serie di perle buttate qua e là per tutto il film che scuotono e fanno vibrare pur lasciandoti addosso una leggerezza del tutto inaspettata.
E' un film di recitazione, fatto di dialoghi intensi che forse andrebbe visto in lingua originale per comprenderne appieno la potenza verbale e le magistrali interpretazioni, prima su tutte proprio quella di Lei dove i toni della commedia si intrecciano a quelli del dramma e arrivano dritti al cuore con una tale poesia di intenti che risulta impossibile non sentirla propria fin dall'inizio. 
"Lei" vince un posto d'onore come opera profondamente intrigante, capace di penetrare senza mai essere stucchevole, con il romanticismo tipico degli amori impossibili, trasmettendo e consegnando agli spettatori almeno due messaggi fondamentali: quanto sia vicino un futuro carico di incomunicabilità e quanto salvifico possa essere un amore nella vita di un uomo. 
Amante dei paradossi e spinto da visioni mai scontate, Jonze si imbarca in un evidente riflesso dell'oggi descrivendo in maniera commovente i rischi dell'intimità e dei rapporti umani. E lo fa senza cadere nel facile tranello di presentarci la tecnologia come nemica insidiosa. Le sue non sono critiche palesi che cercano di sollevare emozioni cupe a dispetto di quello che inizialmente si potrebbe pensare ma un tentativo di analisi schietta e premurosa dalla quale, grazie anche alla stupenda chiosa finale, ciò che si evince è l'uomo sotto la sua stessa lente, nelle sue fragilità e nelle sue incapacità carico però di tutta quella potenzialità che spesso nelle brusche anse dei rapporti perdiamo di vista.
Joaquin Phoenix poi dimostra un talento decisamente strabordante, se non fosse ancora evidente la sua capacità multiforme. Se ne Il gladiatore riesce ad essere brutale e indissolubilmente tormentato in Quando l'amore brucia l'anima, qui nei panni di Theodore non poteva essere più commovente. Ci si scorda persino che stia recitando, tanta è la magistralità con la quale accompagna la ricchezza di espressione della sua coprotagonista: una voce (Scarlett Johanson) di una dolcezza quasi disarmante. 
Nel cast c'è anche Amy Adams nel ruolo di una cara amica di Theodore. Piccola parte ma con tanto cuore. 

giovedì 20 marzo 2014

Cicatrici come oro...

Il Giappone, paese dalle enormi risorse emotive e umane ancora una volta mi sorprende. Perchè? Perchè lo sapevate che se un vostro vasellame, prezioso o affettivamente significativo si rompe, esiste il kintsugi? E' una tecnica di riparazione molto particolare che anziché nascondere le linee di frattura dell’oggetto con una incollaggio perfetto e coprente, segue tutt’altro criterio, rimarcando le stesse linee usando oro o argento fuso per riempire e quindi sottolineare il motivo frastagliato della lesione trasformando così l’oggetto in una nuova opera che non snatura affatto la forma precedente, ma semmai regala all'oggetto una cicatrice luminosa.

Il principio del kintsugi appare evidentemente opposto a quello che anima tutti noi allorquando avviene una qualunque rottura: pena, dolore, colpa, vergogna, fallimento, rovina, angoscia, perdita o lutto che sia.

“La vita è integrità e rottura insieme. La tua zuccheriera ora ha una storia ed è più bella. Il dolore ti insegna che sei viva, il solco che lascia deve essere valorizzato” 


Mostrare orgogliosamente le cicatrici sembra una modalità proveniente da epoche passate, fa pensare a certi rituali d’iniziazione delle tribù pre-colte. Fa pensare alternativamente a forme autopunitive o a forme esibizionistiche. Fa pensare, ad esempio, alla fierezza con la quale gli aborigeni australiani mostrano ai giovani iniziati l’orribile cicatrice sul proprio pene. Insomma roba d’altri tempi oramai seppellita nella nostra memoria collettiva e lì destinata a rimanere. Ma assieme a ciò che è destinato ad essere sepolto dal tempo rischiamo di seppellire anche le nostre capacità reattive o meglio le nostre possibilità resilienti, poichè oggi piuttosto vulnerabilità o fragilità personali, per non dire problematiche di salute più serie e invalidanti, ci iscrivono d’ufficio nelle categorie dei “diversamente qualcosa”, ci escludono in automatico dal market delle opportunità e della vita vissuta esiliando talvolta dalla pratica sociale secondo una mentalità fin troppo assurdamente diffusa.
Il kintsugi ci indica viceversa che ogni storia, anche la più travagliata, è fonte di bellezza e che ogni cicatrice è la cosa più preziosa che abbiamo.
Il kintzugi non è solo metafora di ri-storificazione e valorizzazione dell’esperienza, nonché metafora di cambiamento non-catastrofico, ma è anche metafora di articolazione delle parti col tutto, di trasformazione creativa della vita a partire dalla perdita di alcuni frammenti che non possono più essere reintegrati, di accettazione positiva di tale trasformazione che concepisce l’identità mobile e continua allo stesso tempo.
La zuccheriera di prima non c’è più, ce n’è una nuova che ricorda molto la precedente, che è fatta al 90% della stessa materia, ma ricombinata in un modo differente a partire dalla caduta. La vera differenza sta nel fatto che questa nuova zuccheriera è però un’opera d’arte. Oro al posto della colla. Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente. E la differenza è tutta qui: occultare l'integrità perduta o esaltare la storia della ricomposizione?  
Chi vive in Occidente fa fatica a fare pace con le crepe. "Spaccatura, frattura, ferita" sono percepiti come l'effetto meccanicistico di una colpa, perchè il pensiero digitale ci ha addestrati a percorrere sempre e solo una delle biforcazioni: o è intatto, o è rotto. Se è rotto, è colpa di qualcuno.
Dobbiamo prendere spunto da questa lontana cultura e comprendere che il dolore è parte della vita. A volte è una parte grande, e a volte no, ma in entrambi i casi, è una parte del grande puzzle, della musica profonda, del grande gioco. Il dolore ti lascia più saggio, a volte. In alcuni casi ti lascia più forte. In entrambe le circostanze, il dolore lascia il segno. Sempre. Un segno che faremmo bene tutti a iniziare a materializzare con l'oro.



lunedì 3 marzo 2014

IL DIO DEL MATRIMONIO E LA LEGGENDA DEL FILO ROSSO DEL DESTINO

Durante la Dinastia Tang c’era un tale di nome Wei i cui genitori morirono quand’era ancora molto giovane. Una volta diventato grande desiderava ardentemente sposarsi e avere una famiglia, ma purtroppo, per quanto la cercasse, non riusciva a trovare una moglie.
Mentre era in viaggio, giunse un giorno in una città di nome Song, dove trovò alloggio in una locanda. Lì incontrò uno sconosciuto al quale, chiacchierando, espose le proprie difficoltà. L’altro gli disse che la figlia del governatore della città sarebbe stata un buon partito per lui, e si offerse di parlare con il padre della ragazza. Dopodiché i due decisero di rincontrarsi il mattino dopo di buon’ora davanti al tempio vicino alla locanda.
In preda all’ansia, Wei giunse al tempio prima dell’alba, quando la luna era ancora alta in cielo. Sui gradini del tempio, appoggiato con la schiena a un sacco, sedeva un vecchio, intento a leggere un libro alla luce della luna.
Avvicinandosi e data un’occhiata alle pagine da sopra la spalla del vecchio, Wei si accorse di non poterne leggere neppure una parola.
Allora, incuriosito, gli chiese: “Signore, che libro è quello che stai guardando? Fin da bambino ho studiato parecchie lingue e conosco molte scritture, ma mai in vita mia ho visto un libro simile.”
Il vecchio rispose sorridendo: “E’ un libro proveniente dall’Aldilà”.
“Ma se tu vieni da un altro mondo, che ci fai qua?” chiese Wei.
Prima di rispondere il vecchio si guardò attorno, quindi disse: “Ti sei levato molto presto. Di solito non c’è in giro nessuno, tranne quelli come me. Noi dell’Aldilà, incaricati di occuparci delle faccende umane, dobbiamo andare qua e là tra gli uomini, e spesso lo facciamo nella luce crepuscolare dell’alba”
“E di che ti occupi?”
“Dei matrimoni” replicò l’altro.
Allora Wei gli aprì il suo cuore: “Sono solo al mondo fin dall’infanzia, e da molto tempo avrei voluto sposarmi e avere una famiglia. Per dieci anni ho cercato invano una sposa. Adesso spero di sposare la fanciulla del maresciallo. Dimmi, si realizzerà la mia speranza?”
Il vecchio guardò il libro e rispose: “No. Non è la persona a te destinata. In questo momento quella che sarà tua moglie ha solo tre anni, e la sposerai quando ne avrà diciassette.”
Deluso dall’idea di dover aspettare tanto, Wei notò il sacco cui il vecchio si appoggiava e gli chiese cosa contenesse.
“Filo rosso per legare i piedi di mariti e mogli. Non lo si può vedere, ma una volta che sono legati non li si puo’ più separare. Sono già legati quando nascono, e non conta la distanza che li separa, né l’accordo delle famiglie, né la posizione sociale: prima o poi si uniranno come marito e moglie. Impossibile tagliare il filo. Sicchè, visto che sei già legato alla tua futura moglie, non c’è niente da fare” rispose il vecchio.
E alla nuova domanda di Wei il vecchio replicò che la futura sposa non viveva lontana da lì, e che era la figlia della vecchia Chen, che aveva un banco sul mercato.
“Posso vederla?”
“Se davvero lo desideri, te la mostrerò, ma ricordati che il tuo futuro non cambierà.”
Ormai l’alba era spuntata e, visto che l’uomo che attendeva non si vedeva, Wei tutto eccitato seguì il vecchio al mercato.
Dietro la bancarella di frutta e verdura stava una povera vecchia cieca da un occhio, con una bambinetta al collo di circa tre anni, tutte e due vestivano di stracci.
“Ecco tua moglie” fece il vecchio indicando la piccina, e Wei replicò in preda alla delusione: “E se io la uccidessi?”
“E’ destinata a portare ricchezze, onori e rispetto alla tua famiglia. Qualsiasi cosa tu faccia, non puoi cambiare il destino” e così dicendo il vecchio scomparve.
Profondamente deluso e incollerito con il messaggero dell’oltretomba, Wei lasciò il mercato con intenzioni omicide. Trovato un coltello e résolo affilato come un rasoio, lo diede al suo servo dicendogli: “Hai sempre eseguito i miei ordini. Adesso va’ a uccidere quella bambina, e io ti compenserò con cento pezzi di rame.”
Il giorno dopo il servo, nascosto il coltello nella manica, andò al mercato e, celato tra la folla, si fece strada fino alla vecchia e alla bambina. Di colpo cavò il coltello, colpì la piccola, si voltò e scappò via, confondendosi con la folla strillante in preda al panico.
“Ci sei riuscito?” gli chiese Wei quando il servo si presentò.
“Ho cercato di colpirla al cuore, ma invece l’ho colpita tra gli occhi”
Il ragazzo ricevette il compenso pattuito e Wei, sollevato all’idea di essere libero di sposare chi volesse, continuò la sua solita vita, e col tempo si scordò dell’intera faccenda.
Tuttavia i suoi tentativi di trovare moglie furono vani, e così trascorsero quattordici anni. A quell’epoca lavorava in una località chiamata Shiangzhou, e le cose gli andavano molto bene, tanto che il suo superiore, il governatore locale, gli offrì in moglie la propria figlia. Così finalmente Wei ebbe una moglie bella e di ottima nascita, una diciassettenne che amava moltissimo.
Non appena la vide Wei notò che la ragazza portava sulla fronte una pezzuola che non si toglieva mai, neppure per lavarsi e dormire. Non le chiede nulla, ma la cosa non cessava di incuriosirlo. Poi, parecchi anni dopo, si ricordò all’improvviso del servo e della bambina al mercato, e decise di chiedere alla moglie la ragione della pezzuola.
Piangendo lei gli rispose: “Non sono la figlia del governatore di Shiangzhou, bensì sua nipote. Un tempo mio padre era il governatore di una città di nome Song, e là morì. Ero ancora piccola quando morirono anche mia madre e mio fratello. Allora la mia governante, la signora Chen, ebbe pietà di me e mi prese con sé. Avevo tre anni quando mi porto con sé al mercato, dove un pazzo mi accoltellò. La cicatrice non è scomparsa, e per questo la copro con una pezzuola. Circa sette od otto anni fa, mio zio ritornò dal Sud e mi prese con sé, per poi maritarmi come se fossi stata sua figlia.”
“La signora Chen era per caso cieca da un occhio?” chiese Wei.
E la moglie stupita: “Sì, ma come lo sai?”
“Sono stato io a cercare di ucciderti” spiegò Wei profondamente commosso “Com’è strano il destino!”
Dopodiché raccontò l’intera storia alla moglie, e adesso che entrambi sapevano tutta la verità, si amarono più di prima.
Più tardi nacque loro un figlio che divenne un alto funzionario, e godettero di una vecchiaia felice e onorata.

domenica 2 marzo 2014

"Dove finì il suo libro, là iniziò la storia" - Ciò che di reale c'è in Mary Poppins


Con uno strepitoso Tom Hanks e una ancor più del solito favolosa Emma Thompson, "Saving Mr. Banks" è un film che non si può assolutamente non vedere, sia che da bambini abbiate o meno amato quella eccentrica tata di Mary Poppins. Il film è infatti una storia simpatica e sentimentale in cui si piange e si ride, proprio come ha sempre voluto Walt Disney, ma in esso si scopre anche una pellicola calda, impregnata di buoni sentimenti e aggiungerei perfino rassicurante nonostante il velo che cade e lascia scoperta la romanzata che noi tutti ricordiamo.  
Io da bambina ricordo d'essermi innamorata moltissime volte di Bert e di aver sognato svariate altre di incontrare da adulta qualcuno che prendesse la vita "coi gessetti colorati" e mi portasse per caroselli animati a prendere il thé. Sarà forse proprio merito di questo film se amo tanto gli aquiloni, in fondo. Sono elementi semplici fatti d'aria, sempre in lotta contro il vento, fragili ma al tempo stesso dotati d'una forza quasi smisurata perché sfidano costantemente la loro più grande debolezza per spiccare il volo nella direzione che forse è sempre un po' imposta dalla corrente della vita anche, e soprattutto, per noi.
Ed esattamente come cinquant'anni fa la Disney ci regalava "Mary Poppins" che ha fatto sognare, cantare e rallegrare milioni di bambini e di adulti, oggi per celebrare l'anniversario d'oro ci regala "Saving Mr. Banks" che per nulla sotto le aspettative ci fa invece venir voglia di seguire l'impulso e danzare, estasiati da un disincanto che è un po' il sale della vita quando in esso non si cova affatto delusione ma la perfetta convinzione che bastano semplicemente degli occhiali blu per portare una dose di cielo negli occhi di ciascuno di noi. 
"Saving Mr. Banks" racconta la travagliata genesi della pellicola e in particolare gli sforzi del produttore Walt Disney per convincere la cocciuta e stramba autrice P.L. Travers a cedergli i diritti per portare sullo schermo la celeberrima tata con l'ombrello. E certo, va saputo in anticipo che anche questa è una pellicola della Disney, per cui bisogna tener conto non solo dell'autocelebrazione ma anche del  necessario sentimentalismo e dell'impianto catartico per lo spettatore. Ciononostante nulla appare architettato vilmente anzi risulta tutto molto palese e sincero, considerato che non si pretende di creare un film di grande approfondimento psicanalitico, ma semmai di regalare allo spettatore quel desiderio di dar corpo ai sogni che in molti dimenticano crescendo. Si omaggia inoltre la creatività dietro alla realizzazione di un capolavoro e se ne sottolinea la potenza come modo di superare e vincere le difficoltà della vita e aggiustare le ferite di un cuore spezzato come quelle di un aquilone.
Le straordinarie interpretazioni di Tom Hanks ed Emma Thompson, che davvero a questo punto rimane inspiegabile come mai non sia stata candidata all'Oscar, concedono al tutto un valore aggiunto di grande spessore e professionalità, e con essi Colin Farrell che a dispetto di chi lo ha definito deludente, stranamente piatto e monocorde, a me è invece piaciuto molto così come divertenti e talvolta emozionanti gli scambi tra Mrs. Travers e il suo autista Ralph, un essenziale e perfetto Paul Giamatti. 

A mio avviso insomma, concludendo, è una storia da guardare con occhi sgranati e senza le pignolerie di un cinefilo intransigente perché se è vero che in essa vi sia una buona dose di ruffianeria, in ogni caso John Lee Hancock adempie perfettamente al compito datogli e trova in noi piena approvazione. 

mercoledì 5 febbraio 2014

Roger Waters per i diritti umani

da "Il Post" - "La lettera di Roger Waters a Scarlett Johansson e Neil Young"

Sabato 1 febbraio il fondatore dei Pink Floyd, Roger Waters, ha pubblicato su Facebook una lettera aperta a Neil Young e Scarlett Johansson, criticandoli per alcune recenti vicende relative ai loro rapporti con Israele; Young infatti ha da poco annunciato che suonerà per la seconda volta nella sua carriera in Israele, il 17 luglio a Tel Aviv, mentre Johansson è recentemente diventata testimonial di SodaStream, un’azienda israeliana che ha una grossa fabbrica nei territori della Cisgiordania occupati da Israele, decidendo di lasciare l’ong Oxfam dopo le critiche ricevute.
Nei giorni scorsi ho scritto privatamente a Neil Young (una volta) e a Scarlett Johanson [sic] (un paio di volte). Quelle lettere rimarranno private.
Purtroppo, non ho ricevuto risposta. E quindi, essendo un po’ disorientato, ho deciso di scrivere questa nota sulla mia pagina Facebook.
Neil? Penserò a lungo a questo fatto. Noi non ci conosciamo molto, ma tu sei sempre stato uno dei miei eroi. Sono confuso.
Scarlett? Oh, Scarlett. Ho conosciuto Scarlett qualche anno fa, credo alla reunion dei Cream al Madison Square Garden [era il 2005]. Ricordo che all’epoca era fieramente contraria ai neo conservatori, e disgustata da Blackwater (l’esercito privato di Dick Cheney in Iraq); potevi a ragione pensare che fosse una giovane donna forte e indipendente che credeva nella verità, nei diritti umani, nella legge e nell’amore. Confesso che mi presi una specie di cotta. Non c’è peggior scemo che un vecchio scemo.
Anni dopo, la scelta di Scarlett di stare con SodaStream anziché con Oxfam [Johansson ha da poco lasciato il suo ruolo di ambasciatrice dell'associazione per i diritti umani filo palestinese, che ricopriva dal 2005] è un atto intellettuale, politico e civile così notevole che è difficile da razionalizzare, per le persone cui stanno a cuore gli oppressi, quelli che vivono un’occupazione esterna e che sono trattati da cittadini di serie B.
Vorrei fare alla Scarlett di qualche anno fa una domanda o due. Scarlett, giusto per fare un esempio, sei consapevole che il governo israeliano ha raso al suolo 63 volte un villaggio beduino nel deserto del Negev, nel sud di Israele, l’ultima volta il 26 dicembre 2013? Quel villaggio è abitato da beduini, che – senza dubbio – sono cittadini israeliani protetti da tutti i diritti che vengono dalla loro cittadinanza. Beh, in realtà non proprio tutti: nell’Israele “democratico” ci sono cinquanta leggi che discriminano i cittadini non ebrei.
Non voglio fare una lista di tutte queste leggi (le trovi nei registri del parlamento israeliano), né elencare i gravi abusi dei diritti umani compiuti da Israele sia in politica interna sia in politica estera. Non mi basterebbe lo spazio. Ma torniamo alla mia amica Scarlett Johanson.
Scarlett, ho letto le tue giustificazioni: dici che i lavoratori palestinesi di SodaStream della fabbrica in Cisgiordania hanno la stessa paga di quelli israeliani, oltre alle stesse opportunità e gli “stessi diritti”. Davvero? Gli stessi diritti?
Hanno per caso il diritto di votare?
Hanno libero accesso a ogni strada?
Possono andare al lavoro senza aspettare ore per superare i controlli delle forze militari dell’occupazione?
Dispongono di acqua potabile?
Hanno a disposizione dei servizi igienici?
Hanno la cittadinanza?
Hanno il diritto di non assistere al rapimento dei propri figli nel cuore della notte – problema piuttosto comune?
Hanno il diritto di appellarsi contro imprigionamenti arbitrari e senza un preciso termine?
Hanno il diritto di ri-occupare le proprietà e le case che possedevano prima del 1948?
Hanno il diritto di vivere una normale e onesta vita famigliare?
Possiedono il diritto all’auto-determinazione?
Hanno la possibilità di continuare a sviluppare una vita culturale dalle radici antiche e profonde?
Se non sei sicura di come rispondere a queste domande, te lo suggerisco io. La risposta a tutte queste domande è NO.
I lavoratori di SodaStream non possiedono nessuno di questi diritti.
Di conseguenza, queli sono gli “stessi diritti” di cui parlavi?
Scarlett, sei innegabilmente carina, ma se pensi che SodaStream stia costruendo dei ponti per la pace, stai innegabilmente prestando poca attenzione.
Con affetto
R.

lunedì 27 gennaio 2014

...come Senofonte

Non voglio peccare di insensibilità in questo giorno che in molti oggi commemorano e non me ne vogliano coloro che in modo diretto o indiretto hanno conosciuto la tragicità che oggi si ricorda e l'eredità che essa ci ha lasciati, ma proprio perchè bisogna darsi un'occasione per riflettere, non penso di banalizzare alcun dolore se aggiungo una mia personale osservazione.
Oggi si rammenta l'olocausto più 'famoso' della storia, ma nel pieno della nostra vita edonistica, ostentata e tecnologica, ci pensate mai alle scatole nere che rappresentano i laboratori di ricerca biomedica, gli allevamenti e i macelli? Ci pensate mai agli esseri viventi che in essi vengono torturati, annichiliti e sterminati con atti di violenza da cui qualunque essere senziente dovrebbe essere protetto?
Come i bravi cittadini tedeschi di allora, abbiamo le idee chiare su cosa accade in queste Auschwitz e Buchenwald di oggi ma non vogliamo saperne nulla.
E mi permetto di ripetere ancora una volta che non voglio banalizzare il dolore di nessuno, quello di ebrei, disabili, omosessuali, zingari e dissidenti, così come quello di coloro che ancora oggi vengono annientati in molte parti del mondo. Una tra tante la vicina Siria, per fare un esempio.
Oggi tuttavia sappiamo per certo, per quanto istintivamente lo abbiamo sempre saputo, che gli animali possono soffrire esattamente come gli esseri umani, che le loro emozioni e la loro sensibilità sono spesso più forti di quelle umane, che capiscono, riflettono, memorizzano, eleborano schemi di azioni. Insomma non sono solo impulso e mero istinto come molti vorrebbero far credere. Da immemore tempo diversi filosofi e capi religiosi hanno cercato di convincere i loro discepoli e seguaci che gli animali non sono altro che macchine senz'anima, senza sentimenti eppure chiunque abbia vissuto con un animale - sia esso un cane, un uccello o persino un topo - sa che questa teoria è una sfacciata menzogna, inventata solo per giustificare quanto di eticamente ed esteticamente osceno rappresenti prendere un animale senziente, colpirlo alla testa, ucciderlo col gas, sottoporlo a elettroshock, tagliarlo a pezzi o ricavarne da esso borse e pellicce.
Se uno stesso Talmud ebraico recita che chi salva una vita salva il mondo intero, io direi che il bisogno di condotte virtuose è ormai divenuto più che urgente. E a chi penserà che non c'è ragione, non c'è linguaggio in chi al posto delle mani ha un paio di zampe, o due branchie, un paio d'ali o infine ancora due speroncini, rispondo che la questione fondamentale, alla fine del giro di giostra, non è se possono parlare, comprendere o ragionare, ma semplicemente se possono soffrire.

Isaac Bashevis Singer, ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, ha scritto:
"Ciò che i Nazisti hanno fatto agli Ebrei, gli umani lo stanno facendo agli animali. Tra uccidere animali e creare camere a gas come Hitler o campi di concentramento come Stalin, il passo è assai breve. [...] Non vi sarà giustizia fin quando l'uomo reggerà un coltello o una pistola e li userà per distruggere coloro che sono più deboli di lui."

lunedì 13 gennaio 2014

"The Butler. Un maggiordomo alla casa bianca" - tanto buonismo?

Terzapagina. "The Butler. Un maggiordomo alla Casa Bianca". La recensione


Un cast stellare carico di volti noti e una storia interessante non sono abbastanza per fare un film straordinario. Uscendo dalla sala dopo aver assistito a "The Butler" la sensazione immediata è esattamente questa, perchè per quanto gradevole possa essere la pellicola e arricchita da una serie di interpreti importanti come Forest Whitaker, Oprah Winfrey o Cuba Gooding Jr., alla fine appare un’operazione americana riuscita solo a metà. Avendo come obiettivo quello di realizzare una meglio gioventù tutta in nero, il risultato poteva essere senza dubbio migliore, magari raccontando entrambi i punti di vista, anzichè limitarsi a narrare attraverso gli occhi della sola comunità afroamericana finendo così per peccare di eccessivo buonismo e, cosa tutt'altro che sorprendente, d'esaltazione per il messagio obamiano e del sogno americano.
A partire dal 1927 fino al 2008, i fatti raccontati si snodano dalla schiavitù, passando per l'arrivo della libertà con tutta la violenza che ne consegue, ma del variegato mondo del movimento per i diritti civili, degli scontri fra non violenti e pantere nere, della componente marxista, della dura scelta di King nello schierarsi contro il Vietnam, dei dissidi fra chi voleva solo un posto nella società e chi invece voleva costruire una società diversa, in questo romanzo popolare da fiction televisiva resta ben poco. Il film infatti finisce per appiattirsi in un aspetto tutto privato del conflitto, condannando la sovversione e rimarcando, attraverso il rapporto fra un padre orgoglioso e un figlio ribelle, che negli Stati Uniti, alla fine, il bene prima o poi trionfa sempre, tanto da diventare detentori di un sistema esportabile perfino nel lontano Sud Africa.
Attraverso il percorso di Cecil, maggiordomo alla casa bianca per ben sette amministrazioni, le cui figure presidenziali sono solo abbozzate e spesso ritratte in aspetti addirittura caricaturali come per Johnson che detta la propria politica seduto su un water, non s’intravede un’accusa forte all’America e alle sue contraddizioni. Appare lampante che il regista non abbia voluto infierire, riproducendo senza dubbio un quadro apprezzabile, ma sminuito ad una presa di coscienza tutta personale senza una critica severa, e seria, al paese e alle sue guide politiche.
Insomma, a mio avviso, nonostante la gradevolezza, nonostante la bravura, lo spessore e il fascino dei co-protagonisti Whitaker e Winfrey, l'emozione che ne viene fuori risulta piuttosto azzerata nella contraddizione di un paese spesso democratico solo nelle intenzioni. Mi sento di dire che sicuramente in buona sostanza risulti un buon film, al quale probabilmente varranno nomination e premi, ma allo stesso tempo un film senza coraggio. E spesso è il coraggio a fare la differenza.

domenica 12 gennaio 2014

Le donne "toste" e il complesso di Didone

Sarà che questo capodanno appena trascorso mi ha fatto ripensare all'età che avanza, sarà che ultimamente tra i miei capelli ce n'è qualcuno bianco di troppo, rimane il fatto che per ogni anno che passa io divento sempre più vecchia, e i fatidici trentanni in cui tutto, che nei progetti di bambina sarebbe stato realizzato, assume una labilità quasi disarmante. 
Se dieci anni fa mi fossi scritta una lettera raccontandomi dove avrei creduto di essere adesso, a rileggerla mi sarei fatta tutta una serie di lacrime e grasse risate. Laurea, matrimonio, maternità, professione arrancano zoppi in questo gioco di staffette in cui non pare esserci finora nessun vincitore. Ciononostante mi sento una donna più forte, e a chi vada il merito non lo so, forse l'innalzamento dei mari e dei termometri, forse i progetti che non smetto mai di mettere a punto nell'eventualità di iniziarne qualcuno presto o tardi, o chissà forse gli oroscopi di Branco e Brezsny che mi mettono di buon umore e i rari momenti in cui, sola, mi sento quasi completa.
Apotropaicamente non dovrei neanche accennare a quest'ondata di brio che mi pervade, perchè si sa che la gente porta sfiga, ma le scaramanzie le ho sempre viste materiale d'uso e consumo esclusivo per i pessimisti, chi guarda alla vita con positività non si accontenta di aruspicini e combinazioni astrologiche, no, al contrario vaglia ogni possibilità facendo delle riflessioni che ne derivano il proprio campo di battaglia. E perchè no, la fonte del proprio sorriso. Ancor di più quando si è donna. 
Ecco allora che, anche grazie ad una recente lettura, mi è venuto in mente un personaggio che di sicuro tutti ricordiamo, Didone, la quale credo possa essere di ispirazione a molte che come me stanno ancora cercando di capire se la soglia dei trentanni sia una soglia di non ritorno per chi si approccia agli uomini con caparbietà o se invece, aldilà della fine che Virgilio decise per lei, per noi sue dirette discendenti esista un lieto fine che coniughi in sè orgoglio e determinazione, e ciò che il buon Dante diceva "far girare il sole e l'altre stelle", l'amore. 
Ve la ricordate voi? Fu una regina della mitologia classica, simbolo di donna emancipata, dallo spirito imprenditoriale e con un sano senso del potere. Talmente sano che rimasta vedova del marito, non si arrese al fato che le tradizioni avrebbero voluto per lei ma si erse ad arbitro assoluto della sua propria fortuna. 
Ecco, quella Didone, io personalmente non l'avevo capita neppure ai tempi di scuola quando con la prof di italiano cercavamo di analizzare i modelli principali che l'Eneide tentava di trasmettere a livello socio-culturale. Ogni volta che si tirava fuori l'argomento Didone, o Ellissa che dir si voglia, mi pigliava una di quegli intorcoli di stomaco che solo la rabbia genera, quando non la puoi sfogare. Ora, dico io, benedetta figliola, mia dolce e assennata Didone, avevi tutto. Ma tutto tutto, proprio tutto quello che una donna, se ha un briciolo di sale in zucca, può desiderare. Eri bella. Non come una velinetta da strapazzo, di quelle che sono pezzi di carne buttati lì, con le poppe al vento ed una espressione stolta sulla faccia che nessun chirurgo estetico può cancellare. No, bella bella, perché avevi una certa età, ma eri ancora giovane e piacente, e si presume con negli occhi quella luce di intelligenza mista a consapevolezza che hanno le donne con una testa sulle spalle e un passato nel cuore. Insomma, eri più che bella. Perché non è solo una questione di avere una certa misura di décolleté, la bellezza, o una certa età anagrafica, o una ruga in più o in meno: la vera bellezza è questione di fascino. E tu, Didone, lasciatelo dire, dovevi averne a secchi e sporte. 
Poi avevi carattere. Uno di quelli tosti. Vedova d’un uomo che hai amato, ma che, con delicato buon senso, è morto in fretta, lasciandoti libera e regina, la leggenda narra che mica ti sei messa addosso il velo della sposa in gramaglie e sei andata a frignare. No, tu eri proprio regina e proprio libera di testa. Tant'è vero che, quando tuo cognato – perché gli uomini migliori han sempre fratelli stronzi? Anche questo è un grande interrogativo della storia! – viene lì tomo tomo cacchio cacchio a proporti un “accomodamento” per conservare una forma di potere regale anche dopo che il re tuo marito era defunto. Sposare lui e farlo diventare l’uomo di casa e il padrone della città avrebbe portato stabilità ma tu, invece, reagisci come una che sulla testa ha una corona, conscia d'aver sposatao un principe regnante non per caso fortuito ma per spessore, e fra il diventare schiava, seppur sotto il paramento di un matrimonio legittimo, di un uomo che detesti, e il rischio di partire verso l’ignoto, non hai un attimo di esitazione. Tu parti. 
Generazioni di donne, prima e dopo di te, si sarebbero rassegnate ad invecchiare in stanze buie, nella tristezza della quotidiana violenza e dell’indifferenza, pur di conservare o di riacquistare il nome di spose. Tu no. Tu prendi e vai via, portandoti dietro quel poco che serve, chi ti è fedele e fondi una città. Nel mondo antico le donne non fondavano città. Neppure nel mito. Le donne, bene che andava, accompagnavano i fondatori. Anzi, nella prassi comune, al massimo al massimo si facevano rapire dai medesimi, dopo che avevano fondato. Tu no. Tu sbarchi, ti guardi in giro con l’occhio clinico che oggi le principesse usano, nel migliore dei casi, per scegliere il luogo dove edificare la casa per le vacanze, e dici, con il medesimo tono: voglio quel posto lì. Il re di quel posto lì ride, anzi ghigna: lui in quel posto lì non ci ha mai visto altro che una palude nei pressi del mare, con una baia tonda, mezza chiusa dai detriti: a che mai può servire? Ma tu t’incaponisci: no, no, proprio quello. Lui ti guarda, sempre ghignando, perché ha deciso che è un capriccio da donnetta, una mattana, del resto che ne possono sapere le donne di dove si fonda una città, andiamo. Così sorridendo, fa un cenno di capo condiscendente, e ti propone ciò che sempre si propone ad una donna: “Vabbe’ lo vuoi? Allora mi sposi e quel posto lì te lo regalo.”
Ma tu di matrimoni e di mariti, e di proposte, ne avevi già avuti più di quanti te ne servivano, quindi gli ribatti: “Ma no, facciamo un bel contratto, come se fossi un uomo. Io prendo una pelle di bue e tu mi regali tutta la terra che può contenere.”
Non solo è una donna, ma è anche ben scema, pensa il re locale, e qui il ghigno si spande tanto sulla faccia che, se non gli mettevano le orecchie a fermarlo, il sorriso gli spaccava la testa a mezzo. Tu sorridi di rimando, e, con l’anda di una Grace Kelly, stipulato il patto cominci a tagliare la pelle a striscioline, ma così sottili, così sottili, che, alla fine, a stenderle per terra ti prendesti tutto il promontorio che t’interessava, e il porto, e anche un po’ di campi attorno, mentre al re locale il sorriso di sufficienza si era nel frattempo trasformato in rictus, perché farsi fregare è già duro, ma da una donna, e bella, è uno smacco che non gli avrebbero perdonato più.
Quindi, via, a costruire. Una città. E mica una qualsiasi, ma Cartagine. Quella che, nata dal sogno di una femmina, sarà regina anche lei, di ogni rotta commerciale. La palude, tu l’avevi intuito, diventa un meraviglioso porto. Nascosto agli occhi indiscreti, proprio perché si apre in quello stagno tondo collegato con un canale che, alla bisogna, si può chiudere per impedire l’accesso ai nemici: è un luogo strategicamente meraviglioso, sì, proprio quel posto lì, dove il buzzurro capotribù vedeva solo una barena costiera senza utilizzo.
Ora, dico io, Didone mia, ragioniamo: sei bella, sei affascinante, e sei pure più intelligente di ogni uomo che hai incrociato nella tua vita. Spiegami, perché Enea? Ma Santi numi di tutto l’Olimpo fenicio e greco in seduta plenaria, che diavolo ci hai visto in lui per perderci così la testa? Caruccio, vabbe’, ma neanche un Paride; eroe, ok, ma di secondo piano. Con la mamma dea, siam d’accordo, ma una suocera così è più una rogna che un bonus: già quelle mortali, sopportale, figuriamoci quelle divine, te le raccomando.
Ti arriva alla reggia che ha sì e no una nave, pieno di fame, di un vago passato pieno di disgrazie, di un futuro che definire incerto è un atto di ingiustificato ottimismo, senza progetti, senza appoggi, sballottato dal Fato, va bene, ma forse anche da un carattere che è tutto un dubbio ed un ripensamento. E tu, che hai congedato senza un rimpianto fior di principi e ti sei salvata da squali ben più pericolosi, a questo tizio cadi ai piedi così, senza un fiato: non fa tempo ad entrare alla reggia che pàffete, per terra, non ti si ripiglia più.
Lo ami. E lui anche, magari, ma è tutto un tira e molla. E i rimorsi per la moglie perduta. E il figliolo che sta sempre tra le palle. E la mamma, la mamma, che preme, e trama, e suggerisce e controlla. Tu, che hai sempre avuto il piglio della donna manager, non ti sei mai fatta dire nulla e hai dato sempre i tempi tu, a tutto, vai nel pallone completo. Questi fanno, disfano, si insediano alla reggia, si sentono a casa loro, e tu non fai un piego, anzi, con il sorriso sulle labbra, prego s’accomodi, le servo anche un the? Non sei più regina, sei uno straccio. Perché poi non è neanche la fatica di star dietro a tutti ‘sti casini: a quelli, diciamolo, ci sei abituata, un po’ d’organizzazione e se ne vien fuori a testa alta, anzi fresca come un fiore. No, chi ti manda ai matti è proprio lui, che c’è, ma non c’è mai, o almeno non del tutto. Che non lo capisci. Sta lì, sul balcone, con lo sguardo misura l’infinito, ma non sai se è perché lo rimpiange, lo rincorre, se ne vuole andare. E quando gli chiedi: “Ma che hai?” ti risponde: “Niente”, con l’aria però di chi ha qualcosa, ma non te lo vuole dire. Ci fosse una casa, come per Ulisse, a cui brama tornare, o una donna, come Penelope, che lo aspetta, capiresti. Ti regoleresti di conseguenza. Almeno sapresti contro cosa combatti. Ma non c’è nulla, tranne la sua tristezza infinita, muta, senza motivo, a cui non ti lascia avvicinare. È un vuoto che lo rosica da dentro, e non si può colmare, lo tormenta, ma non abbastanza da sfociare in qualcosa di serio: resta sempre a mezz’aria, inespresso, se ne vergogna un po’ anche lui, ma non lo affronta mai, anzi ci si crogiola.
Tu sei lì, cazzo, ti sbatti come una dannata per farlo felice, e lui pare che a esserlo lo sia per fare un favore a te, e nel fondo degli occhi quasi gli leggi persino un rimprovero perché non lo lasci essere infelice in santa pace.
Non sono cattivi gli uomini come Enea. Magari! Dai cattivi ci si difende. Sono i bravi ragazzi che ti rovinano la vita. Quelli a cui non ti riesce di dire il vaffanculo che meritano. Ci soffri, santi dei quanto ci soffri, a sentirti sempre tenuta sulla porta dell’anima e mai invitata ad entrare davvero; ti chiedi se ti ama, ti rispondi che sì, ma come può amare lui, cioè nei tempi morti in cui non sta a soffrire per se stesso; tu che hai sempre risolto ogni problema, e salvato tutti, non concepisci di non riuscire a salvare lui, che è in fondo l’unico a cui tieni. Più passa il tempo e più ti annulli, perché speri così di dimostrargli che non si deve sentire un fallito, e anche che tu sei una donna proprio come tutte le altre, anche se regina: bisognosa di un uomo che le stia accanto, a cui far da compagna, e anche un po’ da mamma, e da amica. Bisognosa di riversare su qualcuno tutta la tenerezza infinita che devi nascondere quando tratti gli affari di stato, perché poter essere finalmente dolce e materna, per una donna costretta a vivere in un mondo di maschi, è riposante, è come giocare con le bambole, fa tornar bambina.
Oddio Didone, quando ti leggo e vedo che sei a questo punto, mi piglia l’ansia: so a naso che siamo ad un passo dalla fine, è una storia che ha scritto tragedia da tutte le parti. Mi verrebbe da gridarti: via, scappa, salvati, lascialo perdere! Guai ad affezionarsi ad uomini così, sono una jattura! Sii ancora una volta intelligente, o almeno furba, e mollalo a cucinare nel suo brodo. Non vogliono essere salvati, quelli così: nel loro dolore ci stanno benissimo, come in una cuccia. Se lo sono costruito come un rifugio. Credono di vivere un grande dramma esistenziale, ma il loro dramma è in realtà una comunissima vita, con le sue batoste: sono loro che, a furia di fisime, la trasfigurano in una tragedia senza eguali, di cui però scaricano il vero peso a chi sta loro intorno, e alla fine ne escono sempre puliti, con un’aria di vaga melanconia molto chic.
Non te lo grido, naturalmente, e tu non potresti sentirmi. Così rotoli verso il disastro, che arriva puntuale. Lui, codardo come un uomo, scappa, di nascosto. Con l’alibi di non farti soffrire e di essere chiamato a doveri più grandi. Perché non ha nemmeno le palle di dirtelo in faccia, in realtà. Dirlo significherebbe ammettere che ha una qualche responsabilità in come gestisce la sua vita: che sono le sue scelte, non il fato o la sfiga a trasformarlo in ciò che è, perché non c’è nulla al mondo, in verità, che ci costringa a fare qualcosa se davvero non vogliamo.
E tu ti senti morta. Morta dentro. Di botto, senza un avviso di chiamata. Non c’è più niente intorno, e dentro solo il vuoto. Perché a lui hai dato tutto, e non è rimasto più nulla per te. Ti resta solo la spada, che carezzi prima di salire su una pira funebre: sei sempre organizzata, tu, mica lasci l’incombenza del tuo funerale agli altri che verranno. E ti ammazzi, lanciando maledizioni: sai che quelle non colpiranno, ma speri che almeno la fama della tua morte offuschi un po’ quell’aura da bravo figliolo ligio e sfortunato che è l’unica cosa a cui lui tiene veramente, perché oltre a quel ruolo non ha altro, e mai null’altro avrà.
Didone, non si fa così, ecchecazzo. Ogni volta che finisco il canto piango, ma mica per quella stupidaggine dell’amore romantico o del destino avverso. Piango perché, porca di una miseria, non ci si può lasciar ridurre così dal primo cretino che passa.
Sogno una Didoneide che ti renda finalmente giustizia, in cui lui ti abbandona, ma tu lo guardi andar via dalla terrazza della reggia con un sorriso pacato, finalmente conscia che il suo destino, sì, è quello di andar nel Lazio, e vada; anzi ti dispiace solo per quella povera disgraziata di Lavinia, che si dovrà sopportare pupo, suocera, amici e soprattutto lui, per invecchiare insieme con la sua tristezza cronica e la conversazione da sbadiglio. E mentre la nave si allontana all’orizzonte, di nuovo libera e di nuovo regina, convochi un bell’ufficiale della guardia, scattante e muscoloso, perché c’è da fare una ispezione al porto e contrattare le rotte con gli Etruschi, e rinnovare i sofà della reggia, programmare la rappresentazione teatrale per la sera… e la vita va avanti meglio senza quella lagna di Enea, su.

giovedì 31 ottobre 2013

C'era una volta un pupo di zucchero!

Se sei di Palermo e sei stato bambino, anche tu almeno una volta hai trovato riposto in un angolo di qualche mobile o sulla credenza della stanza da pranzo, al centro del tradizionale "cannistru" e avviluppato intorno ai piedi di tutto punto, “u’ pupu ri zuccaru o a’ pupaccena” che con la sua presenza sovrastava silenzioso tutto il resto dei dolci che per l'occasione erano stati preparati.
Per chi non lo conoscesse, sto parlando di un baldanzoso pupo di zucchero che raffigura il classico paladino del folclore panormitano, figura eroica dei mitici paladini del teatro popolare e che nella Sicilia orientale è scomparso del tutto, rimanendo invece fiero manufatto dei dolcieri palermitani. 
Secondo la tradizionale, per la festa dei morti, erano proprio i cari defunti, siano essi nonni, zii, parenti prossimi o lontani, a portare doni ai più piccoli di casa. Ricordo anche con quanto entusiasmo la mattina del 2 novembre mi svegliavo sapendo che la nonna che non avevo mai conosciuto durante la notte era passata a lasciarmi un regalo. 
Lo so, a molti potrà sembrare macabro. Penserete che sia una cosa stupida dire a dei bambini che nella notte i morti sarebbero passati a portare doni, tuttavia io non ho mai avuto nessuna paura, anzi vivevo quel giorno meglio del natale. 
L'idea che da lontano qualcuno vegliasse su di me, e avesse a cuore che quel giorno avessi un regalo anche io, mi illuminava. 
Questo periodo infatti evoca tanti ricordi, per me era una sorta di Epifania anticipata ma senza la befana con le scarpe tutte rotte, la casa si riempiva di dolci tipici come la frutta martorana, i biscotti totò e i taralli dolci al cioccolato con quella glassa così buona che se nei giorni successivi li mangiavi a colazione col latte caldo i denti si cariavano anche al pupo di zucchero che ti osservava dal mobile buono del salotto e rigorosamente sottovuoto. Già perchè questi pupi erano commestibili solo in teoria. In pratica essendo delle piccole sculture realizzate con zucchero cristallizzato la sola idea che un bambino li addentasse era se non da escludere, quantomeno da scoraggiare decisamente considerando poi i problemi che l'ingestione di tutto quello zucchero avrebbe potuto portare. 
Rimanevano quindi come una sorta di trofeo, in attesa che lasciassero il posto a quelli dell'anno successivo. 
A far da padroni nella pancia di adulti e bambini sono infatti da sempre, insieme alla pasta reale, i biscotti totò e i taralli, da sempre anche simbolo a mio avviso della personalità della gente di Sicilia.

La glassa esterna, che varia dalla provincia nella quale vengono realizzati, gli attribuisce l'aspetto della durezza, impressione tipica di chi conosce superficialmente un siciliano, mentre l'interno è morbido e tenero come la vera essenza della mia gente, generosa al punto di accoglierti nella propria casa, anche se ti conosce da cinque minuti, e capace di regalare un calore umano, che luoghi comuni a parte, spesso non riscontrabile in altre regioni del nostro paese.

lunedì 28 ottobre 2013

L'ora solare e il ritmo della malinconia

Ormai siamo tutti abituati all'idea che ogni anno, per ben due volte, le lancette dei nostri orologi subiranno un cambiamento. In autunno vengono spostate indietro facendoci guadagnare quell'ora di sonno che poi puntualmente perderemo in primavera quando le lancette verranno spostate in avanti.
Vi siete mai chiesti il perchè?
L’ora legale nasce in Inghilterra e poi si espande nei paesi europei poco dopo. In Italia per la prima volta viene applicata nel 1916, poi per anni saltuariamente abolita per poi divenire definitiva nel 1996. Lo scopo è quello di permettere nei periodi in cui la luce è maggiore, di sfruttarla al meglio avendo così un maggiore risparmio dell’energia elettrica, e per i più ottimisti anche un guadagno dal punto di vista del tempo libero avendo maggiore luminosità da dedicare alle nostre attività ricreative. Ovviamente nel caso in cui foste pimpanti abbastanza da sfruttarne gli effetti dopo una lunga giornata di studio o lavoro.
La mente che per prima ideò questa convenzione fu Benjamin Franklin nel 1784, già proprio l'inventore del parafulmine che sul quotidiano francese "Journal de Paris" pubblicò le sue riflessioni sul principio di risparmiare energia. Egli non ebbe successo e si dovette aspettare oltre un secolo perchè l'idea fosse ripresa dal britannico William Willet il quale trovò seguaci alla Camera dei Comuni di Londra che nel 1916 diede il via libera al British Summer Time, lo spostamento delle lancette un'ora in avanti durante l'estate. Non trascorse molto tempo perchè molti paesi imitassero la Gran Bretagna, avendo tutti a cuore in tempo di guerra il risparmio energetico come priorità.

Oggi, dopo il ritorno dell'ora solare, questo lunedì diventa il giorno improvvisamente più malinconico dell'anno, perchè di punto in bianco adesso arriverà la sera mentre noi, allietati dal tepore estivo che ancora ci accompagna, siamo intenti a fare programmi che sottintendono ancora un margine di luce.
Ma niente, bisogna rassegnarsi. Se è vero che l'autunno tarda ad arrivare, è anche vero che con esso non tardano gli impegni cui siamo tenuti a mantener fede e contenti o meno dobbiamo fare i conti col fatto che col passare degli anni, poi, questa ricorrenza ha assunto un valore allegorico.
E' come quando sei costretto ad accettare la schiavitù degli occhiali per leggere il tempo di cottura degli spaghetti. Stai invecchiando. E l'ora solare così come gli occhiali è lì per ricordartelo. Per ricordarti che per quanto titanica e disperata sia la tua ambizione nel pretendere di prolungare la luce, relegare il buio e rendere più efficiente il tuo tempo, il tempo non può essere domato.
Alla fine è sempre il tempo che doma noi. Che ci piaccia o no.